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venerdì 20 aprile 2012

Je suis la differAnce

Ho trascorso gran parte della mia infanzia a credere che la vita non cambiasse nessuna prospettiva, allo stesso modo di una fotografia che non può ritrarre altro al di là di ciò che è già impresso. L'illusione di questa convinzione ha lacerato con non poca violenza il sottile velo che si era creato tra me e la realtà. Oggi le giornate sono un'istantanea diversa dall'altra, e le settimane un rullino diverso dall'altro, paesaggi e attimi ripresi da angolature sempre più sorprendenti che a volte riflettono la serenità di qualcuno in un dove qualunque, altre volte ritraggono il dolore di un cuore disperso nel mondo. La capienza della nostra memoria deve essere qualcosa che somiglia vagamente all’infinito, sembra soltanto ieri quando pensavo che la cosa più brutta che mi potesse capitare fosse che fuori pioveva e io non potevo uscire. Oggi piove, potrei anche uscire e vagare chissà dove alla ricerca di risposte che non hanno domanda, ma non lo farò. Rimarrò a riordinare i frammenti di presenza sparsi per la stanza, prima o poi riuscirò a costruire il riflesso di me stesso. Il tempo mi sfugge tra le mani, il pentimento si offre in dono all’odio e la vita scorre con la consueta riflessione ancestrale. Avrei preferito essere privo di pensiero, alla stregua di un povero ignorante che racchiude il suo io in quattro pareti spoglie: nessuna ansia, nessuna ambizione, nessuna morale e neanche una domanda. Allora mi chiedo: sono io il prodotto della mia riflessione? O è la riflessione che sceglie le sue prede e le sacrifica per trarre risposte da un perché trascendentale? Cresce il suono del silenzio mentre le fotografie si sovrappongono l’una all’altra, il cuore esplode dentro l’anima e nessuno capirà da quale regno il male arrivi. Ma non c’è tempo per darmi tutte le risposte ai miei infiniti perché.

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